Studi e ricerche in psichiatria, Dr. Francesco Giubbolini

 

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Espressività psicopatologica e rappresentazione artistica

La Bussola, III, 3, 1996


L'arte figurativa è una delle espressioni più idonee a rappresentare il dolore; in parte perchè in un dipinto o in una scultura si vede il dolore, e non solo lo si immagina, con un impatto più breve ed immediato. In parte a ragione del fatto che l'arte figurativa, così come il dolore, è senza parole.


Nel lavoro con lo psichico continuamente si incontra e si guarda il dolore, in una percezione costante di volti, fisionomie ed atteggiamenti addolorati: emerge così un pullulare di immagini e di maschere che si muovono sullo sfondo della nostra stessa esistenza.
Il vecchio che si trascina stancamente nel reparto buttandosi da una sedia all'altra, gli occhi cerchiati, i vestiti sporchi cos'altro è se non l'archetipo dell'abbandono, della decadenza, del fallimento, dell'approdo disperato, ciò che noi tutti vorremmo sfuggire in vecchiaia?
Il giovane furente, urlante, che passeggia instancabile imprecando agghiacciato dalle sue stesse allucinazioni cos'è se non l'archetipo del nostro demoniaco sopito, il condannato, la perdizione personifcata?
E se noi riuscissimo a cogliere dell'esistenza un'unica visione, se tutto percepissimo orrido e triste, in cosa potremmo differenziarci da quella donna che, in lacrime, giace stesa sul letto mormorando che tutto è finito e che il mondo intero scomparirà; quella donna cosa non sarebbe allora, se non la nostra stessa rovina, l'angosciosa domanda del nostro stesso esistere?
L'arte, così come queste figure, è messaggio di espressione universale e di rappresentazione del dolore e della sofferenza. Il nostro vuol essere un discorso sull'arte da profani, umile e frammentario, costellato di immagini che si affacciano alla nostra niente in maniera casuale, alla stregua di libere associazioni.
Cogliere le similitudini è facile in Gericault, il ritratto della pazza, di efficacia rea listica davvero superba; quante volte abbiamo visto quello stesso volto nei manicomi, e nelle situazioni di maggiore emarginazione: la bocca piegata, gli occhi stupiti, dal cui sguardo si intuisce il tormentato mondo intero, le palpebre ed il viso tutto appesantiti da anni di sofferenze, mai comunicate o capite.
Anche in Munch, con la perdita del dolore e la tecnica dell'incisione, si ha un ulteriore esempio di quanto si possa esprimere l'interiorità attraverso la raffigurazione. E quei volti grotteschi, graffiati, percorsi da incrinature, quella fissità e quelle occhiate vacue sembrano fantasmi inconsci materializzati.
Ancora l'incoscio sembra partorire le figure, tra l'allegorico e lo zoomorfo, de "Le bagnanti" di Picasso: immagine sentita e colta nell'immanenza dell'apparizione, dell'intuizione improvvisa. Si muovono lente e si contorcono come serpenti, eppure si presagisce il rischio improvviso ad esse sottointeso; l'improvvisa, cieca, ottusa perfidia che può esplodere e dipanarsi.
Ed il Picasso di Guernica, l'impressionante capolavoro di folgorante intuizione; quel le figure deformi, le mani aperte, i volti e quelle urla silenziose che lasciano attoniti: i corpi inquietanti che si sovrammettono quasi senza spessore. Non è possibile guardare Guernica senza provare un'afferrabile inquietudine, una pena sottile che pure non riesce ad esplodere nel dramma corposo. Non c'è sangue infatti, nè ferite: nell'immagine si coglie l'annullamento della fisicità della sofferenza, la negazione tota­le, sino alla scomparsa; solo urla silenziose, nemmeno corpi urlanti. Qui, ogni corpo perde la propria individualità, la propria dignità di esistere ed anche di morire. Senza alcun dubbio Picasso ha lavorato finemente sulla sofferenza parlandocene con i toni irreali ed in continuo movimento dell'inconscio. Ed in più, interprete fecondo della nostra era, ha ritratto anche la pecularietà della nostra epoca: l'inconsapevolezza del soffrire, cui non rimane altro che esprimersi attraverso i lineamenti ed i contorcimenti di corpi squassati. Qui la mimica non parla, è scomparsa in un roteare di sensazioni che si accavallano impedendo all'uomo moderno di soffermarsi su singoli stati d'animo, senza poterli consapevolmente vivere ed elabo­rare. Tutto sembra oltrepassa­to, ridotto in un continuo alternarsi e procedere che d­mentica i passi del proprio interno incedere.
E' persino scontata la similitudine, tante volte proposta, dei volti affilati di Modigliani, e delle sue donne dal lungo collo, e le corri­spondenti immagini, pingui ed un pò tristi, di Botero.
Infine, l'immagine artificiosa e strana (straniera) dell'uomo - manichino di De Chirico, che propone sfondi allucinanti marcati da geometrie apocalittiche; è questi l'uomo vuoto, l'uomo - non senso, immerso in un mondo nel quale non e più capace o non è più possibile integrarsi.
Ma prima ancora delle immagini, sono le forme ad esprimere e trasmettere, ad imporsi all'occhio di chi guarda; e la forma, nell'arte pittorica, altro non è se non il colore. La storia dell'arte, che è poi storia dell'uomo con i materiali simbolici del suo interno, ci mostra nei secoli un diverso significato del colore come espressione di esperienza del dolore: come non si può parlare di un colore univoco della sofferenza. Ed i multiformi volti del dolore hanno una corrispondenza calorica per lo più legata alla natura del colore ed alla sua capacità induttiva sull'animo umano. In questo senso le differenze individuali si fanno sentire ed in ognuno di noi un determinato colore suscita sensazioni di tipo particolare molto diverse da quelle prodotte da colori diversi.
Il rosso, il colore del sangue e del fuoco, con la sua esplosiva intensità estrae emozioni suscitate dall'interno: è il colore della collera, della rabbia distruttiva ed angosciosa. Il giallo è il colore dello stupore, dell'abbaglio: il sole cocente, l'angoscia panica, il terrore psicotico. Il viola, il grigio, il marrone, sono i colori del lutto e dell'autunno, della vita che si perde; la malinconia autunnale si esprime nei colori di una natura che, agli occhi di alcuni, sembra morire: è il tempo irrisolto e statico di chi ha perduto la propria dimensione temporale, evoluti­va. Il nero infine, simbolo addirittura della morte: non vi è dubbio che le emozioni suscitate da questo colore sono cupe, ma vi è un'aspetto di profondità, di pienezza, difficilmente traducibile con altri colori. Il nero è il colore della notte e dei suoi segreti: è il colore che avvinghia nel mistero, e che del mistero ripropone la fascinazione.
Non è poi così diversa, e non ci è poi così estranea, la sofferenza che cogliamo nei volti e nei corpi, e prima ancora nelle forme, dell'espressione artistica e psicopatologica; la risonanza emotiva che questa induce in noi impone una riflessione: quella relativa al rapporto esistente tra produzione artistica e riscontri psicopatologici. E crediamo si possa so­stenere che la differenza consiste nella capacità, perduta da alcuni, di rappresentare la propria condizione di sofferenza, anzichè viverla. E non per nulla, pensiamo, ogni produzione artistica assume il significato (alternativo alla parola) di una narrazione, nella quale trova possibilità di espressione e rappresentazione quella condizione dell'umano disagio che è, sovente, il vivere.

francesco giubbolini, medico psicoterapeuta siena - giovanni carlesi, psicoterapeuta firenze