L'epilessia tra superstizione e scienza
Siena Rassegna di Studi psichiatrici, LXXXIII, 2, 1994
Introduzione
Hughling Jackson, neurologo inglese dell'800, ha definito l'epilessia, e tale definizione mantiene ancor oggi inalterata tutta la sua validità, come una disfunzione intermittente del sistema nervoso causata probabilmente da una scarica improvvisa, eccessiva e disordinata dei neuroni cerebrali. La moderna elettrofisiologia, se ha contribuito ad una definizione, nosografica della malattia e delle sue varie forme, non ha fornito alcuna evidenza in contrasto con le affermazioni di Jackson.
L'epilessia è dunque malattia di primario interesse neurologico, in quanto affezione biologica del SNC; tuttavia, sia in virtù di peculiarità inerenti l'evoluzione del pensiero medico scientifico, sia per specificità inerenti la malattia stessa, numerosi sono stati gli studi e le teorie di natura psichiatrica che hanno contribuito ad ampliare, seppure spesso in modo contraddittorio e talora fuorviante, il concetto di malattia epilettica. Dobbiamo ricordare che sino all'avvento della Neuropatologia la Neuropsichiatria era un'unica disciplina, e considerare la peculiare posizione nosografica dell'epilessia, malattia da sempre sospesa tra corpo ed anima, tra superstizione e scienza, tra metodologia di ricerca e pregiudizio: l'evoluzione del concetto di epilessia riflette l'evoluzione stessa del pensiero medico scientifico. L'epilessia inoltre è sempre stata connotata da stereotipi culturali molto particolari, taluni dei quali, strutturatisi nel corso dei secoli come pregiudizi, anche in epoche recenti hanno determinato un approccio scorretto con la malattia.
Abbiamo cercato di ripercorrere sinteticamente le varie epoche storiche in cui il concetto di malattia epilettica si è andato definendo cercando di evidenziare, volta per volta, i principali contributi scientifici che hanno consentito di definire l'epilessia come malattia di pertinenza e competenza neurologica e, in seconda istanza, i termini di interesse psichiatrico.
Dal pensiero primitivo all'Illuminismo: luci ed ombre nella definizione di malattia
L'uomo primitivo concepisce la malattia, in particolar modo quella mentale, come espressione di punizione divina, tanto da elaborare la convinzione che l'anima ed il corpo dell'ammalato siano posseduti da forze demoniache. L'epilessia suscita timore, a causa delle manifestazioni cliniche eclatanti ed imprevedibili, tanto da essere, prima tra tutte le forme morbose "Mal Sacro". Considerare la malattia come espressione punitiva di un volere superiore significa creare i presupposti per lo sviluppo di quel filone che possiamo definire demoniaco, che periodicamente ritroveremo in varie epoche storiche. Parrallelamente però allo sviluppo del razionalismo nella Grecia del VII scolo a.C. la figura del medico filosofo si sostituisce progressivamente a quella del sacerdote, si combattono le superstizioni e progressivamente si pongono le basi dello sviluppo del pensiero scientifico attraverso lo studio dei fenomeni fisici, chimici e meccanici. L'osservazione della natura ridimensiona l'influenza del pensiero magico: la visione naturalistica si afferma attraverso i contributi di P i t a g o r a e D e m o c r i t o, e pone le basi per l'opera di I p p o c r a t e (IV secolo a.C.), giustamente ritenuto il padre dela medicina antica, il cui merito è quello di fondare una metodologia basata sull'osservazione dei fenomeni naturali che si oppone alla concezione magica della medicina nel tentativo di abbandonare i falsi preconcetti e pregiudizi allora esistenti. Stabilì che la causa dell'epilessia fosse da ricercare nel cervello e creò una prima nosografia dell'epilessia, identificando crisi generalizzate e quelle che oggi definiremmo Jacksoniane, descrivendo attacchi epilettici parziali e crisi subentranti, rapportando addirittura i fenomeni convulsivi dei bambini agli stati febbrili o tossici, riferendo infine di crisi insorte come conseguenza di emorragie cerebrali ed ascessi. Ippocrate ha il merito di avere, per primo, tentata una riconsiderazione radicale della malattia epilettica, al di fuori delle connotazioni magiche e sovrannaturali che sino allora ne erano state parte integrante. Negli esponenti del periodo successivo ad Ippocrate ritroviamo costantemente il tentativo di spiegare organicamente la malattia e di abbandonare gli influssi del passato, di connotazione magica. Il pensiero medico dell'epoca è sempre più scienza e sempre meno superstizione: A r e t e o propone una certa sistemazione della malattia, descrive l'aura epilettica ed i prodromi dell'attacco, parla delle crisi generalizzate e dei fenomeni motori che le costituiscono così come della personalità di chi soffre di tale malattia. G a l e n o, nel I secolo d.C., descrive un'epilessia che si può definire idiopatica e la cui causa risiede esclusivamente nel cervello, e la differenzia dall'epilessia secondaria, dovuta all'apporto di sostanze irritanti, in cui la crisi convulsiva rappresenta un tentativo, terapeutico, di eliminazione di tali sostanze. Tuttavia numerose superstizioni perdurano in maniera più resistente al progresso che non per altre malattie.
Dopo il II secolo d.C. in campo scientifico ha fine lo spirito della ricerca e si entra progressivamente nell'oscurantismo del Medio Evo. Il malato di mente verrà considerato un posseduto, ricettacolo di ogni turpitudine, in cui disturbo psichico e vizio sono un tutt'uno. S . A g o s t i n o riterrà addirittura che il demone possa agire sulla natura biologica dell'uomo inducendo le modificazioni strutturali responsabili dell'insorgere della malattia. Il medico filosofo viene sostituito dal demonologo, che studia i segni della possessione e le "stigmata diaboli", così come lo stesso malato si riterrà ad un certo punto in preda a forze estranee, malvagie, venendo così a richiedere egli stesso l'intervento dell'uomo di chiesa. Intorno all'anno mille la psicopatologia sarà, praticamente, di totale competenza del monaco. In questo stesso periodo la demonologia riceverà un'ordinata disposizione divenendo il principio basilare dell'intera neuropsichiatria medioevale, ormai dissociata dal resto della medicina. Nel 1400, infine, i due grandi inquisitori K r a em e r e S p r e n g e r, con la pubblicazione del Malleus Mallefzcarun (Il martello delle streghe), sanciscono l'inizio della caccia alle streghe, annullando totalmente le conoscenze neuropsichiatriche ché si erano andate accumulando in secoli di studi e di ricerche. È proprio il malato di mente, ed in' particolare l'epilettico, a pagare con torture, persecuzioni e morte il prezzo del progressivo abbandono delle teorie classiche. Le manifestazioni epilettiche divengono così segno del demonio.
Nel XVI secolo si assiste ad un graduale ritorno all'antica medicina ippocratica, come consolidamento di un processo che aveva avuto inizio già nel 1200, con il formarsi delle prime sedi universitarie. In campo medico si ritorna a concettualizzare la malattia come disarmonia della natura. Molti studiosi affrontano il problema dell'epilessia, taluni recependo completamente lo spirito innovatore del secolo. Se è indubbio infatti che la tendenza unificatrice tra possessione e malattia epilettica permane pressoché totalmente inalterata presso taluni settori del sapere, altri si discostano radicalmente da tale concezione: A m b r o i s e P a r è spiega l'epilessia sulla base della teoria degli umori che allora si andava affermando. Le teorie naturalistiche si contrappongono radicalmente alle credenze divine, e lo studio dell'anima viene restituito alla competenza del teologo. Secolo caratterizzato da assoluto travaglio, è proprio nel '600 che la moderna medicina inizia il suo lento e faticoso sviluppo, sostenuta dall'indirizzo scientifico sperimentale, osteggiato ancora dalla tradizione demonologica. Per quanto riguarda in modo specifico l'epilessia, l'affermarsi imponente della teoria naturalistica in medicina fa sì che molti studiosi si rivolgano alla malattia cercando di spiegarne l'eziopatogenesi al di fuori dell'ottica demonologica.
S y l v i u s ipotizza che i fenomeni convulsivi si sviluppino in relazione ad anomalie fisiche strutturali e richiama in causa gli umori che sovrintendono le funzioni sensoriali e motorie, W i l l i s ricerca la causa a livello cerebrale. È proprio nel campo dell'epilessia che meglio si rispecchia il travaglio del XVII secolo, incrinato dalle recenti innovazioni e pur tuttavia ancora strutturato nella secolare superstizione, tanto che lo stesso Willis mostra di oscillare tra la tendenza a costituire un sistema scientifico elaborato e l'antica tendenza demoniaca, quando, come ricorda T e m k i n, sostiene che anche la mano del demonio possa, talora, essere dimostrata in certe forme di epilessia.
Il '700 e 1'800: dall'llluminismo al Positivismo. Nascita della Neuropatologia
È solo nel '700 che la malattia mentale si libera progressivamente e stabilmente dalla superstizione. Nelle scienze mediche si assiste infatti ad un nuovo, intenso fervove e l'interesse per la neuropsichiatria si concretizza in primo luogo in un costante processo di laicizzazione che, a sua volta, comporta la definizione di un problema fondamentale: l'identificazione cioè della causa di malattia, concettualizzata nei termini, attuali, di "organica" e "funzionale", primo passo di quella successiva separazione dell'epilessia da molte delle altre malattie di natura mentale, cui seguì un rinnovato interesse verso i problemi della cura e l'istituzione dei luoghi a tale cura deputati. Durante l'Illuminismo il termine "epilessia" viene utilizzato per includere tutte le svariate malattie accompagnate a fenomeni convulsivi: può essere considerato questo il momento iniziale di una concezione, presente sino al XX secolo, ché ipotizzò l'esistenza di una particolare sindrome, l'isteroepilessia, entità peraltro confusa e variamente interpretata: secondo alcuni infatti l'isteroepilessia di frequente si trasformava in epilessia, secondo altri l'epilessia " isterica" era una vera e propria forma di epilessia, avente il proprio punto di partenza nell'utero. Retaggi tutti, evidentemente, dell'antica concezione sollevata da Ippocrate e mai risolta, del rapporto esistente tra malattia e sessualità. Parallelamente si cercò di definire i confini nosografici dell'epilessia: si identificarono le assenze, definite `piccoli attacchi", si distinse l'epilessia dall'eclampsia delle gestanti e degli uremici. T i s s o t scrive uno dei testi fondamentali sull'epilessia (1774): dopo una descrizione delle modalità attraverso cui si manifestano le crisi epilettiche ne considera le cause, e la predisposizione, da riconoscere in una sorta di disponibilità del cervello e rispondere con le convulsioni a particolari stimoli. Inoltre, definisce la malattia come acquisita, in rapporto a svariati fattori, quali masse cerebrali o ascessi, descrivendo infine le conseguenze della malattia, che divide in fisiche e morali. Nel concludere la sua opera il Tissot sottolinea il pregiudizio che per secoli si era formato nei confronti dell'epilessia (e che rendeva gli epilettici oggetto e vittime della comune esecrazione) evidenziando, con due secoli di anticipo, l'aspetto sociale della malattia come fattore imprenscindibile di cura del malato.
Nell'800 continua il progressivo abbandono delle ipotesi filosofiche per far spazio alla ricerca sperimentale ed all'osservazione dei fenomeni biologici. Si approfondisce lo studio dell'anatomia cerebrale e, nella seconda metà del secolo, la ricerca si orienta sempre più verso l'indagine anatomopatologica. Nel campo specifico dell'epilessia, sia per quanto concerne la neuropatologia che le condizioni assistenziali di questi malati, vi fu una vera e propria rivoluzione: in alcune istituzioni, ad esempio, nacque la tendenza a separare gli epilettici dagli alienati, finché, verso la metà del secolo, non vennero istituiti appositi reparti per il ricovero degli epilettici. Venne codificata progressivamente una nuova terminologia, che comprendeva le denominazioni di "grande" e "piccolo male", "assenza" e "stato di male" epilettico; si cercava altresì di approfondire l'indagine statistica relativamente ai malati di epilessia. P o r t a l (Cit. in Temkin) riteneva che la malattia riconoscesse la propria causa in una primitiva alterazione cerebrale e che, tramite le fibre nervose, si potesse propagare al resto del corpo. Grazie inoltre agli studi anatomici, si poté accertare che lesioni cerebrali, come sifilide e tumori, erano il substrato anatomico di alcuni dei casi di epilessia. Hall (1823) introdusse la "teoria del riflesso", alla cui base era la distinzione tra fenomeni centrali e periferici, e che presupponeva l'esistenza di due diversi tipi di epilessia, l'una centrale, l'altra riflessa. B r o w n - S e q u a r d (1869) interpretava anch'egli la malattia come fenomeno riflesso considerandola conseguenza di una maggiore irritabilità di alcune zone cerebrali. B r a v a i s (1827) descrive convulsioni con emiplegia, B r i g h t :, (1836) tenta di dimostrare che l'epilessia è causata da un'irritazione della superficie del cervello: comincia a delinearsi la tendenza a distinguere l'epilessia dalle convulsioni dovute a lesioni focali. In sintesi anche l'epilessia risente in questo periodo dell'orientamento generale della medicina verso l'indagine anatomica ed è in questo periodo che la neurologia prende una direzione autonoma rispetto alla psichiatria e si delinea come scienza a se stante, organicistica e positivista. È proprio nel campo dell'epilessia che avviene un vero e proprio scontro tra neurologia e psichiatria, ognuna delle due discipline volendo ascrivere a sé la competenza della malattia e in tale contesto si pone l'opera di Jackson che imprime una direzione definitiva allo studio della malattia ed alla sua comprensione in termini strettamente anatomoclinici. J a c k s o n studiò inizialmente taluni casi dovuti a sifilide evidenziando le implicazioni fisiopatologiche delle crisi lateralizzate e descrivendo le lesioni anatomopatologiche dell'emisfero cerebrale opposto al lato del fenomeno convulsivo. Inoltre ipotizzò che un attacco iniziato in qualunque sede potesse estendersi ad ogni altro centro, eventualmente generalizzandosi. A Jackson va ascritto il merito di aver creato i presupposti da cui presero spunto le ricerche tese a comprendere il significato di ogni tipo di attacco e di ogni sua componente.
Il '900: l'Epilessia tra Neurologia e Psichiatria
La cultura neuropsichiatrica del '900 si presenta quanto mai vasta e fortemente contraddittoria: già verso la fine del secolo precedente alle ricerche di Jackson si erano contrapposte le ipotesi "degenerative", che trovarono massimo esponente nel Morel (1860): una sorta di neooscurantismo psichiatrico il cui nucleo portante, ancora una volta, a causa di quello che veniva allora definito il "temperamento" epilettico ed anche a causa della ipotetica ereditarietà della malattia, veniva ad essere il malato epilettico che incarnava così l'immagine più evidente del degenerato. In qualche modo quindi un elemento fatale e soprannaturale, scardinato in precedenza nella sua stessa essenza dalla fioriturra degli studi scientifici, ritornava con il concetto di degenerazione, sebbene in maniera più modema, attraverso le argomentazioni del Morel e, soprattutto, in Italia, del L o m b r o s o che pubblica nel 1924 il libro "L'uomo delinquente", e che dedica all'epilessia un intero capitolo, dal titolo "Il delinquente epilettico" nel quale afferma la possibilità che ogni crimine possa essere il risultato di un attacco epilettico larvato, inapparente, e nel quale tende a dimostrare la assoluta equivalenza'tra criminalità, follia ed epilessia. B i a n c h i, Morselli, T a n z i in Italia, in sintonia con le teorie di Morel e Lombroso, si riferiscono ai concetti di "equivalente epilettico", "perversione del carattere", "forme psichiche" di epilessia (Cita in Vizioli-De Rosa).
Ma la psichiatria è anche in profonda trasformazione e si modificano numerose concezioni riguardo i disturbi mentali: B l e u l e r (1911) ha aperto una prospettiva tendente a superare i rigidi schemi positivistici di Kraepelin;Charcot e Freud, Janet, Jung eAdler progressivamente rivoluzionano le concezioni psichiatriche dell'epoca: Charcot differenzia per primo, relativamente all'isteria, le patologie organiche da quelle funzionali, in un momento in cui la tendenza dominante è quella organicista. Freud, avvicinandosi anch'egli allo studio dei fenomeni isterici, impone, in un'epoca in cui la neuropatologia e l'indirizzo postivista rappresentano il nucleo delle scienze mediche, una nuova tendenza, quella psicodinamica. Il pensiero di questi autori, molti dei quali non si sono occupati direttamente dell'epilessia, non poteva non mutare anche le concezioni relative anche alla malattia epilettica. Freud tra l'altro, dedicando un saggio (Dostoewski e il parricidio) al grande letterato russo, si interessa dell'epilessia ed abbozza la teoria dell'esistenza di una "epilessia affettiva" da contrapporre a quella organica.
Così, mentre l'origine organica, cerebrale, dell'epilessia trovava sempre più validi argomenti, si delineavano altre tendenze di ricerca legate all'indagine psichiatrica: gli aspetti psichici e psicopatologici dell'epilessia vengono affrontati anche dalla corrente antropofenomenica che studia, prescindendo dai concetti di salute e malattia, l'essere-nel-mondo dell'uomo: E. M i n
k o w s k y e R M i n k o w s k a (1923) studiano e definiscono la perrsonalità epilettica.
Difficile sintetizzare la grande quantità di contributi, ipotesi, studi di questo periodo: possiamo ricordare, tra i tanti, per motivi di interesse storico; gli studi di V o n M e d u n a (1937) che portarono alla "scoperta" delle terapie di shock, legate alla ipotetica antinomia tra epilessia e psicosi alcuni tra gli studi di derivazione psicoanalitica: il contributo originale di S t e c k e l (1911) il quale ipotizza la possibile origine psicogena di talune crisi epilettiche e, come curiosità, quello di P i e r c e - C 1 a r k (1918) che introduce il concetto di "narcisismo epilettico", evidente trasposizione toutcourt di teorizzazioni psicodinamiche. (Citt. in Vizioli-De Rosa). Potremo forse identificare, in estrema sintesi, due grandi gruppi di ricerche: da una parte quelle tendenti ad evidenziare una possibile origine psicogena delle crisi epilettiche, dall'altra quelle rivolte allo studio della personalità epilettica e delle implicazioni psicologiche della malattia:
I fattori che più di ogni altro contribuirono alla definizione ed inquadramento dell'epilessia nell'ambito della neurologia furono essenzialmente due: la scoperta dell'elettroencelografia da una parte e l'avvento di efficaci terapie farmacologiche dall'altra. La scoperta dell'elettroencefalografia, cioè della possibilità di registrare e derivare l'attività elettrica cerebrale ha consentito di studiare il cervello "in vivo" ed ha fornito un ben preciso parametro biologico della malattia epilettica. H a n s B e r g e r, direttore della Clinica Psichiatrica di lena, rifacendosi ai precedenti studi di C a t o n (1874) e B e c k (1890) fu il vero scopritore del fenomeno: già nel 1900 egli aveva iniziato ad interessarsi al problema, anche se la nascita vera e propria di tale importante tecnica neurologica risale al 1929. In questo anni infatti, e successivamente nel 1933, Berger espose al mondo scientifico le sue tesi, dimostrando che le onde cerebrali non erano frutto della pulsazione vasale, così come si riteneva, dimostrandole invece correlate all'attività neuronale. Rapidamente fu possibile ottenere una serie di segni patognomonici dei fenomeni epilettici e dunque ottenere una spiegazione patogenetica di tipo neurofisiologico dell'epilessia. A d r i a n e M a t t h e w s affrontarono il problema della registrazione e dell'amplificazione del segnale elettrico cerebrale. L e n n o x e G i b b s (1939) riuscirono a definire tre tipi di scariche corrispondenti ai tre principali tipi di attacchi clinici: il grande male, l'epilessia psicomotoria ed il piccolo male.
Per quanto attiene invece il contributo apportato dalle ricerche farmacologiche à da ricordare che la moderna terapia antiepilettica nasce già nel 1857, con la scoperta, da parte di L o c o c k, delle proprietà antiepilettiche del bromo: il nesso che consentì di ipotizzare l'attività terapeutica di questa sostanza è da ricercarsi nella teoria della genesi sessuale dell'attacco epilettico: Locock, utilizzando infatti il bromo come anti-afrodisiaco, riscontrò effetti "collaterali" di tipo anticonvulsivante. II bromo è stato l'unico farmaco anti-epilettico per oltre cinquanta anni, sin quando cioè non fu scoperta, ancora una volta casualmente, l'efficacia di un ipnotico largamente usato, il Luminale, introdotto in terapia da Hauptman nel 1912. Venticinque anni dopo M e r r i t e P u t n a m, testando in animali da esperimento un gran numero di sostenze, scoprirono la Difenilidantoina ed aprirono la strada alla moderna metodologia di studio dei nuovi composti aventi proprietà antiepilettiche. È da ricordare comunque che i principi generali della terapia dell'epilessia trovano le loro basi in epoche ben più remote: Ippocrate affrontava il trattamento su base naturale, attribuendo particolare importanza alla dieta ed a modalità di vita regolari e razionali. In epoche post-ippocratiche vennero somministrati come antiepilettcci estratti animali e vegetali. T i s s o t considerava intrattabili quei pazienti le cui crisi non rispondevano alla somministrazione di valeriana; H e r p i n usava ossido di zinco sostenendo che la terapia dovesse essere condotta con una sola sostanza, a dosi progressivamente crescenti. Sino all'introduzione dell'idantoina, comunque, i farmaci erano usati in modo totalmente aspecifico: è certo che l'epilessia è la prima malattia che può, da questo momento in poi, essere efficacemente trattata e, talvolta, guarita. È da notare, ai fini della nostra breve trattazione, come l'avvento della farmacoterapia sia quanto mai ricco di conseguenze: la malattia perde parte della sua sacralità ed inviolabilità, quella parte che era insita nella sua totale imprevedibilità.
Conclusioni
Relativamente al fatto che ogni malattia nasce, nella concezione medica e nella considerazione popolare primitiva, come divina, l'epilessia mantiene più a lungo e sino ad epoche relativamente recenti, tale carattere di sacralità. Sia la ricerca neurologica che quella psichiatrica, anche se quest'ultima in maniera certamente più contraddittoria, hanno contribuito ad un corretto inquadramento nosografico della malattia nonché a privarla di quel deleterio alone di sacralità prima, di superstizione e pregiudizio poi di cui l'epilessia è sempre stata ammantata.
Il percorso della ricerca neurologica è, nell'insieme, più lineare: limite e rischio di una concezione esclusivamente neurologica è quello di una eccessiva oggettivazione del malato, ridotto spesso ad un tracciato EEGrafico più o meno alterato, e totalmente scisso dalla propria condizione esistenziale. I percorsi della psichiatria sono invece contraddittori: una concezione non esclusivamente biologica della malattia è presupposto imprenscindibile per una comprensione vera del malato epilettico: limite e rischio della cultura psichiatrica è però quello di poter riproporre, attraverso formulazioni pseudoscientifiche, credenze secolari che deformano l'immagine dell'epilessia e dell'epilettico.
Abbiamo ritenuto che ripercorrere le tappe della definizione nosografica della malattia evidenziando le maggiori scoperte scientifiche che a tale definizione hanno contribuito, cercando anche di definire aree di specifica competenza neurologica e psichiatrica, potesse contribuire a relegare alla storia, eliminandolo dall'attualità, il pregiudizio che per secoli ha rallentato il cammino dell'epilessia verso un corretto inquadramento scientifico.
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francesco giubbolini, medico psicoterapeuta siena
Ultima modifica: 6.11.2007