Studi in psichiatria, Dr. Francesco Giubbolini
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Psichiatria intermedia
F. Giubbolini, G. Carlesi, psichiari - Siena, Firenze
La Bussola, III, 3, 1996
L'idea, il concetto, di "intermedio" è applicabile a diversi ambiti psichiatrici. La psichiatria stessa, come disciplina, è intermedia rispetto ad altre branche della medicina, essendo sottoposta ad influssi della più diversa natura. Non a caso convivono nel suo interno radici culturali le più diverse, e l'approccio stesso al paziente psichiatrico muta radicalmente a seconda dell'estrazione culturale e della formazione degli operatori. Si ritrovano così, all'interno della psichiatria, punti di vista radicalmente diversi, e talora difficilmente conciliabili: paradigmi "scientifici" e non, prospettive medico-biologiche e sociali, psicologiche ed antropofenomeniche. Tutte queste, in numerosi casi con pari dignità. A questo proposito una prospettiva intermedia (non, si badi bene, eclettica) appare in grado di conferire rilievo, in ciascuna circostanza, all'uno aspetto o all'altro, e ciò in relazione non solo, come già accennavamo, alla formazione dell'operatore, ma anche e soprattutto alle circostanze che, di volta in volta, si presentano.
E' universalmente noto come un approccio unilaterale (di qualsivoglia genere) sia per sua stessa natura insufficiente ai fini della comprensione, e questo a partire dalle prime fasi di ogni intervento: la stessa diagnosi, in psichiatria, deve integrare aspetti conoscitivi diversi, non potendo in alcun modo limitarsi al solo aspetto nosografico, nè a quello psicopatologico, nè a quello sociale. In questo caso dunque una visione ed una valutazione critica degli strumenti disponibili appare fondamentale: e ciò in aperta opposizione all'idea di un eclettismo indifferente, per il quale tutto va o può andar bene (dalla psicoanalisi all'elettroshock).
Intermedio è forse anche il tempo di questa nostra psichiatria, e di questa nostra epoca; sembra, se così si può dire, una sorta di evoluzione non ancora compiutamente espressa, un tempo nel quale antichi retaggi paiono non ancora superati, così come (anche) posizioni estreme, di intermedio può favorire quel cambiamento in ambito psichiatrico che, pur essendo in atto, è lungi dall'essere compiuto.
Lungo questa linea d'ombra ci muoviamo e riteniamo si debba sostenere che per combattere efficacemente l' altrui (e la propria) alienazione si debba tener costantemente presente l'altrui (ed il proprio) essere persona, inserito, prima che in ogni altro luogo, in quello spazio e tempo intermedio che è la relazione interpersonale, fattore terapeutico irrinunciabile.
Perciò critichiamo le posizioni di coloro i quali affermano essere, i servizi stessi persone terapeutiche, come se vi fosse una intercambiabilità indifferente tra individui diversi. I servizi sono e restano servizi, divengono terapeutici se le persone che li costituiscono riescono ad esserlo; temiamo, diversamente, che si possa riproporre una logica istituzionale e si tenti inconsapevolmente, di sostituire una istituzione "cattiva" con una "buona"; ma, è da chiedersi, il concetto stesso di "istituzione" prevede la possibiltà che ve ne siano di buone?
E' in questo senso che la psichiatria da "intermedia" rischia di divenire mediocre ed essa stessa, ancora una volta, sottilmente alienante: ed è da chiedersi se sia più facile combattere una alienazione grossolana ed evidente od un'altra, più sottile, ammantata di una veste seducente e critica, la quale tuttavia è pervasa di enormi negazioni e di distruttività: l'altra faccia della medaglia rispetto all'ecclettismo indifferente.
La mediocrità si esprime, allora, in una sorta di confusione, di indistinzione la quale è oltretutto pervasa di onnipotenza: per tornare a ciò che dicevamo prima, una psichiatria mediocre sembra essere difettuale nell'esercizio delle funzioni critiche.
Siamo infine inclini, per formazione, a non dare granchè rilievo, in alcun senso, al ruolo: pur tuttavia, non riteniamo si debba mai prescindere dal considerare costantemente la specificità (prima di tutto personale) di ciascuno; anche in questo caso, tra specificità e ruolo esiste una linea di demarcazione talora incerta. Mediocrità dunque come corifusione ed anonimità, nell'ambito della quale può risultare particolarmente facile perdersi, e smarrire la propria identità.
Lo spazio ed il tempo "intermedi" richìedono invece di essere continuamente definiti e ri-definiti poichè necessitano di essere precisamente collocati: lo spazio intermedio ha caratteristiche sue proprie che non devono essere disattese, la consapevolezza della necessità dì un tempo opposta natura, anni addietro certamente rivelatisi utili e necessarie, paiono non ancora sufficientemente ridimensionate.
Anche il tempo della cura appare, oggi, "intermedio": a partire dalla consapevolezza che le categorìe mediche dì "cura" e "riabilitazione" siano espressioni formali estreme di un intervento il quale, di per sè, non può essere intermedio, ovvero unitario rispetto a differenziazioni che rischiano di divenire espressione astratta e vuota di conteuto
Il luogo della psichiatria, pur nella possibile diversità (e non solo formale) è quanto mai intermedio, e ciò sin dal primo costìtuirsì del servizio psichiatrico nella sua accezione moderna rispetto ad una sola collocazione fisica, preminentemente territoriale rispetto ad una gestione generale della salute che ruota di solito attorno alla struttura ospedaliera. Ma tempi e luoghi intermedi della psichiatria trovano anche altre e diverse definizioni: il luogo della cura psichiatrica è intermedio perchè non può trovare in alcun modo colllocazione in un ambito che sia solo ed esclusivamente sanitario.
E ciò senza volere togliere alcunchè all'aspetto medico,..... nel concetto stesso di cura. Intermedia è dunque l'idea stessa che la psichiatria è in grado di fornire delle condizioni di malattia e di salute: primo passo verso una ulteriore definizione dei concetti stessi di malattia e salute. Uno spazio, ancora, intermedio tra sè e gli altri (l'altro), poichè non riteniamo in alcun modo possibile operare un'azione curativa se non nell'ambito di quella che è la relazione terapeutica, interpersonale, fulcro intorno al quale ruota la strutturazione di ogni altro intervento. In questo caso, intermedio ed interpersonale sono concetti che possono coincidere. Questo aspetto ci appare di particolare rilievo: è una linea sottile quella che demarca ambiti radicalmente diversi, ed atteggiamenti e modi di pensare (ed agire) che possono avere conseguenze di rilievo, sia in senso positivo che negativo e definire un buon servizio, un bravo professionista, così come, anche, un servizio che non funziona e che non risponde, responsabilità che non vengono assunte, atti mancati e demotivati. Chiunque riesca a mantenere una propria dimensione (prima di tutto) umana nel suo mestiere sa che il confine, la demarcazione tra un agire (ed anche - perchè no- un non-agire) responsabile e motivato e la delega o la non assunzione di responsabilità e competenze è quanto mai sottile.
Ultima modifica: 27.12.07