Sul colloquio psichiatrico
Tra gli strumenti diagnostici a disposizione del medico, uno dei più rilevanti è la capacità di condurre un colloquio efficace con il paziente.
Un colloquio svolto con cura consente di raccogliere le informazioni necessarie a comprendere il paziente e instaurare con lui una relazione, favorendo al tempo stesso una maggiore comprensione, da parte sua, delle indicazioni fornite dal medico e una migliore adesione ad esse.
Ogni colloquio si articola in tre momenti fondamentali, ciascuno dei quali richiede competenze specifiche: la fase di apertura, il colloquio vero e proprio e la fase finale. Si sviluppa inoltre lungo quattro assi: la costruzione della relazione, la valutazione dello stato mentale del paziente, la formulazione diagnostica e le indicazioni terapeutiche.
Il medico dovrebbe in linea generale mostrare un atteggiamento privo di giudizio, dimostrando interesse, coinvolgimento e cordialità: in caso contrario rischia di non raccogliere informazioni potenzialmente decisive e di compromettere per il paziente la possibilità stessa di intraprendere un percorso terapeutico.
Numerosi elementi incidono sul contenuto e sull’andamento del colloquio. La personalità e il temperamento del paziente condizionano in misura rilevante le reazioni e il clima emotivo dell’incontro. Il tipo di domande poste e i suggerimenti offerti variano a seconda del quadro clinico. Anche lo stile personale, l’orientamento teorico e l’esperienza del medico incidono in modo significativo sullo svolgimento del colloquio.
Il colloquio psichiatrico persegue due finalità principali: individuare i fattori psicologici alla base del comportamento del paziente e comprenderne i sintomi. Questi obiettivi possono essere raggiunti attraverso due approcci: quello introspettivo, di matrice psicodinamica, e quello centrato sulla valutazione sintomatologica, di tipo descrittivo.
L’approccio introspettivo privilegia l’individuazione e l’interpretazione di conflitti, ansie e meccanismi di difesa inconsci; l’approccio descrittivo si concentra invece sull’inquadramento dei disturbi e delle disfunzioni del paziente entro specifiche categorie diagnostiche. I due approcci non sono in contraddizione tra loro e possono anzi integrarsi.
Una diagnosi psichiatrica accurata richiede di indagare elementi come i sintomi presentati, il decorso della malattia e la storia familiare, senza però trascurare la personalità, la storia evolutiva e i conflitti più profondi del paziente.
articolo a cura di francesco giubbolini, psicoterapeuta a Siena
