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Considerazioni generali sui disturbi depressivi
L'umore può essere normale, elevato o depresso.
Normalmente le persone sperimentano un'ampia gamma di umori e hanno un repertorio ugualmente ampio di espressioni affettive; esse mantengono più o meno il controllo dei loro umori e dei loro affetti.
Nei disturbi dell'umore si perde il senso di controllo e le persone vivono in grave disagio. I pazienti con umore depresso (depressione) hanno una perdita di energia e interesse, sensi di colpa, difficoltà di concentrazione, perdita dell'appetito e pensieri di morte o suicidio.
Altri segni e sintomi dei disturbi dell'umore includono cambiamenti nel livello di attività, nelle capacità cognitive, nel linguaggio e nelle funzioni vegetative (come sonno, appetito, attività sessuale e altri ritmi biologici). Questi cambiamenti quasi sempre risultano in un disturbo dei rapporti interpersonali, sociali e lavorativi.
I soggetti con disturbo dell'umore spesso attribuiscono una qualità ineffabile, ma distinta al loro stato patologico. Il concetto di un continuum con variazioni normali nell'umore riflette l'eccessiva identificazione del medico con la patologia, con la possibilità di distorcere la vera esperienza dei pazienti.
La depressione è stata evidenziata sin dall'antichità. Descrizioni di ciò che ora viene definito "disturbi dell'umore" si ritrovano in molti documenti antichi. La storia di re Saul del Vecchio Testamento descrive una sindrome depressiva, così come la storia del suicidio di Aiace nell'Iliade di Omero. Intorno al 400 a.C. Ippocrate usò i termini mania e melancolia per indicare i disturbi mentali. Intorno al 30 d.C. Aulo Cornelio Celso descrisse la melancolia dal greco (melan ["nero"] e cholé ["bile"]) nella sua opera De re medicina come una depressione causata da bile nera. Il termine continuò a essere usato da altri autori medici, inclusi Arateo (120-180), Galeno (129-199) e Alessandro di Tralles nel sesto secolo. Il medico ebreo del XII secolo Moses Maimonides considerò la melancolia come una entità clinica a sé stante. Nel 1686 Bonet descrisse un processo morboso mentale che definì maniaco-melancholicus.
Nel 1854 Jules Falret descrisse una condizione definita folie circulaire nella quale il paziente prova disturbi alterni di depressione e mania. All'incirca nello stesso periodo un altro psichiatra francese, Jules Baillarger, descrisse la condizione folie à double forme, nella quale i soggetti dvengono gravemente depressi e cadono in uno stato stuporoso dal quale, con il tempo, escono. Nel 1882 lo psichiatra tedesco Karl Kahlbaum, usando il termine ciclotimia, descrisse mania e depressione come stadi della stessa malattia.
Nel 1899 Emil Kraepelin, basandosi sulle conoscenze dei precedenti psichiatri francesi e tedeschi, descrisse una psicosi maniaco depressiva che conteneva la maggior parte dei criteri usati oggi dagli psichiatri per stabilire la diagnosi d disturbo bipolare I. L'assenza di un decorso di demenza e di deterioramento nella psicosi maniaco-depressiva la differenziava dalla dementia praecox (come veniva allora chiamata la schizofrenia). Kraepelin descrisse anche un tipo di depressione divenuta nota come melancolia involutiva che da allora venne considerata un disturbo dell'umore a esordio tardivo; il disturbo inizia dopo la menopausa nelle donne e in tarda età adulta negli uomini.
La prevalenza nel corso della vita dei disturbi dell'umore è stata variamente riportata dal 2 al 25%.
Le cause dei disturbi dell'umore non sono note.
I fattori causali possono essere artificialmente divisi in biologici, genetici e psicosociali, ma tale suddivisione è artificiale a causa dell'elevata probabilità che le tre realtà interagiscano tra loro.
Fattori psicosociali e genetici possono condizionare i fattori biologici come le concentrazioni di un certo neurotrasmettitore. I fattori biologici e psicosociali possono anche condizionare l'espressione genica e i fattori biologici e genetici possono condizionare la risposta di una persona ai fattori psicosociali.
I due principali disturbi dell'umore sono il disturbo depressivo maggiore e il disturbo bipolare I.
Il disturbo depressivo maggiore e il disturbo bipolare I vengono spesso chiamati disturbi affettivi, tuttavia la patologia critica in quei disturbi riguarda l'umore, lo stato emozionale interno mantenuto in una persona, e non l'affetto, ovvero l'espressione esterna del contenuto emozionale presente.
I pazienti che sono afflitti da episodi solamente depressivi vengono considerati affetti da depressione maggiore, talora definito depressione unipolare. I soggetti con episodi sia maniacali sia depressivi e quelli con soli episodi maniacali sono considerati affetti da un disturbo bipolare I.
Un episodio depressivo maggiore deve durare almeno due settimane; tipicamente un persona è depressa oppure perde interesse nella maggior parte delle attività. Una persona diagnosticata come affetta da un episodio depressivo maggiore deve inoltre presentare almeno quattro sintomi da un elenco che comprende modificazioni dell'appetito e del peso, del sonno e dell'attività fisica, mancanza di energia, sentimenti di colpa, problemi nel formulare i pensieri e nel prendere decisioni e ricorrenti idee di morte o suicidio.
Un episodio maniacale è un periodo ben definito (almeno una settimana, meno se il paziente deve essere ricoverato) di "alterazione dell'umore che è persistentemente elevato, espansivo o irritabile".
Un episodio misto è un periodo di almeno una settimana in cui si verificano quasi quotidianamente sia un episodio maniacale sia un episodio depressivo maggiore.
I sintomi dell'episodio ipomaniacale, che ha una durata di almeno quattro settimane, sono simili a quelli dell'episodio maniacale, ma includono anche almeno tre sintomi tra esagerata autostima, ridotto bisogno di sonno, distraibilità, grande attività fisica e mentale, ed eccessivo coinvolgimento in un comportamento piacevole con conseguenze spiacevoli. Se una persona è irritabile invece che con umore elevato, devono essere presenti quattro di questi sintomi.
Anche altri due disturbi dell'umore, il disturbo distimico e quello ciclotimico, sono clinicamente accettati da un certo tempo. Essi si caratterizzano per la presenza di sintomi meno gravi dei sintomi, rispettivamente, del disturbo depressivo maggiore e del disturbo bipolare I.
Secondo il DSM-IV la distimia è caratterizzato da almeno due anni di depressione dell'umore che si verifica per la maggior parte del tempo e da ulteriori sintomi depressivi che non configurano la diagnosi di episodi depressivi maggiori.
Il disturbo ciclotimico è caratterizzato da almeno due anni di sintomi ipomaniacali che si manifestano frequentemente e che non configurano la diagnosi di episodi maniacali e da sintomi depressivi che non configurano la diagnosi di episodio depressivo maggiore.
leggi anche: psicodinamica dei disturbi depressivi
francesco giubbolini, medico psicoterapeuta a firenze e siena
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Ultima modifica: 4/01/2008